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martedì 25 maggio 2010

Il treno perso dell'IPTV

Mi domando spesso, di fronte ai mal funzionamenti del digitale terrestre, perchè è stata scelta questa tecnologia.
Non si poteva approfittare dello switch-off per cablare l'Italia e portare internet nelle case di tutti gli italiani?
Invece di dare incentivi per i decoder si poteva finanziare la posa della fibra ottica che avrebbe permesso agli italiani di avere internet su banda larga e risolvere il problema della TV analogica grazie all'IPTV.
L'IPTV è la televisione che invece di passare per l'antenne delle nostre case e giungere tramite il cavo coassiale alle nostre TV, arriva nei monitor grazie alla fibra ottica o alle rete Wi-Fi, riducendo il numero di device in ogni casa, abbattendo le barriere all'ingresso dell'industria televisiva eliminando la necessità di acquistare frequenze e permettendo a chiunque di fare televisione in un mercato libero e competitivo.
Purtroppo il Digital Divide rimane ed  il decoder del Digitale Terrestre non funziona!

giovedì 20 maggio 2010

Il volano dell'innovazione

L'innovazione è un fattore critico per la competitività di un'impresa; e questo agli imprenditori è ben chiaro.
Tuttavia, alcune volte, gli sforzi compiuti non sempre corrispondono alle aspettative.
La principale criticità non è nella fase creativa o nella fase di sviluppo del concept  ma è nel trovare il giusto impatto che l'innovazione può avere sul business.
Una delle principali cause può essere la reticenza di certi stakeholder nell'accettare l'innovazione proposta oppure nel basso commitment del top management.
Per questo può risultare necessario individuare uno sponsor dell'innovazione.
Cioè una persona che riesca a comprendere l'essenza dell'innovazione ma che abbia anche una conoscenza approfondita del business in modo da valutare i benefici e farsi portavoce dell'innovazione e mantenere alta l'attenzione dei vertici e promuoverla verso gli stakeholder.

domenica 2 maggio 2010

 Riporto il post redatto da Nicola Mattina nel suo blog:


Quali sono le caratteristiche di una startup che opera nell’area dei social media, del web 2.0, del software as a service e via dicendo? A me vengono in mente le seguenti:
Bassi costi di avvio
Spesso la startup ha per oggetto un servizio tecnologicamente facile da produrre e le risorse necessarie sono rappresentate principalmente dal tempo di chi lavora per progettare il servizio, sviluppare l’applicazione, costruire una community di utenti. Il resto è da considerarsi essenzialmente una commodity: si usa quasi sempre software open source; i costi per hosting e connettività sono molto bassi; ci sono molte aziende che regalano alle startup i propri prodotti (es. Microsoft), server virtuali e banda (es. Telecom ItaliaSunTop-Ix).
Basse barriere all’ingresso
Le barriere all’ingresso sono normalmente molto basse sia per via dei costi di avvio che per l’impossibilità o inutilità di ricorrere ai brevetti. I motivi sono molti: risulta difficile proteggere un pezzo di interfaccia web dimostrando la sua unicità; in Europa, il software è considerato un’opera dell’ingegno come una canzone o un testo letterario e quindi non è brevettabile; i brevetti sono molto costosi soprattutto se si aspira ad ottenerli per tutto il mondo; basare sulla tutela della proprietà intellettuale la propria strategia competitiva significa anche essere disposti a spendere molti soldi in costosi avvocati specializzati.
Crowdsourcing del product management
Non è necessario investire risorse in ricerche di mercato, in quando gran parte del product management può essere fatto online: gli imprenditori 2.0 più intelligenti mettono in campo da subito una strategia di ascolto e di coinvolgimento degli utenti più attivi facendo leva sulla loro disponibilità e sulla voglia di dimostrare la propria competenza per vedersi riconoscere un ruolo. Esistono anche alcune piattaforme specializzate nel gestire questi processi, come Uservoice.
Perpetual beta
E’ possibile partire con un prototipo imperfetto e farlo evolvere gradualmente, consolidando sia l’esperienza d’uso del servizio che gli aspetti tecnologici. D’altro canto, è inutile inserire da subito decide di funzionalità che gli utenti non useranno mai, mentre è molto più efficiente aggiungere un tassello alla volta. Allo stesso tempo nelle fasi iniziali è prematuro preoccuparsi troppo di aspetti come la scalabilità di una piattaforma quando questa ha solo poche migliaia di utenti.
Creazione di sistemi aperti
Le aziende che si muovo in territori che non hanno ancora dimostrato di generare business e profitti, tendono a mettere in comune i propri patrimoni di dati rendendoli accessibili tramite web services. Lo hanno fatto con successo Facebook e Twitter e oggi è una strada che percorrono in molti con l’obiettivo di costruire degli ecosistemi in cui assumere il ruolo di piattaforma abilitante. Un esempio da seguire in quest’area è sicuramente Foursquare, che ha adottato una filosofia di apertura totale.
Capitale sociale
In molti settori, la fase di startup serve a industrializzare una tecnologia e a brevettarla costruendo così il capitale di conoscenza da monetizzare con l’attività aziendale. Nell’area del web 2.0, spesso e volentieri il capitale da costruire è sociale consiste nell’aggregare un numero sufficiente di utenti attorno al servizio per generare una massa critica che permetta di innescare l’effetto rete. Gli utenti e i dati che essi generano sono il vero asset della maggior parte di startup 2.0, anche se spesso gli imprenditori non ne sono pienamente consapevoli.
Simbiosi
Una strategia molto comune per sviluppare una comunità di utenti in tempi rapidi è utilizzare la base utenti di altri servizi, come Facebook o Twitter. Si pensi, per esempio aZynga, che ha sviluppato una serie di giochi accessibili unicamente da Facebook, oppure a tutti quei servizi e applicazioni che sfruttano le api di Twitter. Si tratta di una vera e propria forma di simbiosi in cui c’è un reciproco beneficio: la startup accede a un bacino molto vasto di potenziali utenti; la piattaforma diventa sempre più centrale e indispensabile nell’ecosistema.

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