Di seguito riporto una presentazione che avrei dovuto fare sul tema delle opportunità di crescita dal decreto Sviluppo 2.0 ma che mi è stato impedito di svolgere in quanto gli argomenti trattati non sono stati ritenuti in linea con le politiche dell'Amministrazione Comunale. Buona lettura.
Benvenuto
lunedì 25 febbraio 2013
venerdì 4 maggio 2012
sabato 16 luglio 2011
martedì 14 giugno 2011
L'evoluzione della competizione nel settore mobile
La rapidissima diffusione degli smartphone e la sempre maggior disponibilità di banda offerte dagli operatori telco hanno portato a rivedere le dinamiche competitive del settore mobile. Settore per anni dominato dai produttori di device hardware (Nokia in testa) si è trasformato dando prima spazio ai produttori di apps poi diventando campo di contesa tra le due principali piattaforme applicative: Android e il mondo Apple con l'iPhone. Proprio l'evoluzione degli smartphone (maggiore potenza di calcolo, connettività, convergenza dei sistemi in un unico device) ha offerto la possibilità di sviluppare applicazioni di una certa complessità che potessero essere installate indipendentemente dal produttore e scaricabili facilmente da appositi marketplace (store). In questo modo la vera differenza tra smartphone non la fa la dotazione hardware di base o la facilità di utilizzo del firmware ma l'ampiezza dell'offerta di apps a disposizione. E quindi la concorrenza si sposta dall'hardware (diventato commodity) alle piattaforme applicative ed alle relative esternalità di rete. In particolare si assiste alla competizione tra uno standard chiuso (Apple) ed uno Open (Android). Il primo ha il vantaggio di una piattaforma perfettamente integrata con l'hardware ed il vantaggio del first mover; il secondo d'altro canto ha il vantaggio i essere uno standard aperto e open source installabile da diversi produttori di smartphone. La battaglia si vincerà su chi saprà creare le migliori esternalità.
venerdì 1 aprile 2011
Il paradosso della conoscenza: dalla bassa crescita alla fuga dei cervelli
La competitività nelle moderne economie post-globalizzazione dipende sempre più dall’uso delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie di punta.
Ma questo non sembra essere chiaro in Italia visto che sempre più si va alla ricerca di manodopera poco qualificata ma a buon mercato con l'illusione di restare sul mercato. Bene, questo può essere vero nel brevissimo periodo ma non costituisce un vantaggio competitivo duraturo. L'innovazione tecnologica ormai sta diventando alla portata di tutti; ma non di chi accetta in maniera passiva di veder le "proprie menti" far le valigie per trovar fortuna altrove.
In una ricerca commissionata dalla Fondazione Cariplo si mostra come queste dinamiche all'Italia siano costate circa 4 miliardi di € in 20 anni.
Ma perchè in Italia questa dinamica è maggiormente accentuata che altrove?
Le cause sono molte, forse tutte giuste ma a mio giudizio la causa maggiormente preoccupante (che purtroppo sembra essere sistemica negli ultimi anni) è la bassa crescita dell'economia italiana, costantemente minore di quella degli altri paesi UE.
Questa causa abbinata alle altre (alto debito pubblico, assenza di merito, politica inefficace, tessuto industriale di micro-imprese, baronie....) produce un effetto devastante su tutto il sistema economico in quanto lo si priva di quella linfa vitale fondamentale per il rinnovamento e l'innovazione del tessuto industriale nazionale.
per qualche anni ci si è illusi che bastasse il brand del Made in Italy per rifugiarsi in una sorta di Oceano Blu. Ma anche questa è stata soltanto l'ennesima delusione di rilancio almeno di alcuni settori di punta. Uscirne fuori non è affatto semplice perchè nell'attuale situazione non ci sono i presupposti per sperare in una ripresa improvvisa della crescita economica italiana. Ma che fare per creare questi presupposti?
martedì 29 marzo 2011
Nuove Opportunità per le imprese: Wind Business Factor
Cos'è Wind Business Factor?
E' una community per imprese, in particolar modo per Start-Up, che si propone di sostenere la nascita delle Start-Up e la crescita delle imprese innovative in Italia.
Il Progetto nasce dalla collaborazione di The Blog TV e Wind ed offre ai membri della community la possibilità di creare una rete di alleanze strategiche utili e la possibilità di instaurare:
Relazioni: orientate alla creazione di un business network di valore, che permetta di presentare business ideas e start-up ai venture capital, di favorire il confronto fra imprenditori sulle tematiche d'impresa, di reperire servizi utili ed efficienti per l'impresa, di ampliare il proprio parco clienti e fornitori;
Conoscenze: fondate su esperienze e pratiche di successo nelle PMI italiane ed orientate alla qualità e all'innovazione dei prodotti e servizi;
Opportunità: basate su un'offerta di prodotti e servizi a condizioni speciali e sulle possibilità di ricever e premi e visibilità
Wind Business Factor inoltre offre l'opportunità di interagire con Venture Capitalist (tra i Partner ufficiali dell'iniziativa è presente Innogest, tra i fondi d’investimento più grandi e più importanti in Italia) ed offre una Palestra di business in cui dei Personal trainer dedicati per ogni area necessaria allo sviluppo dell'ìimpresa terranno delle sessioni formative.
Se avete un'idea o una start-up da sviluppare, non aspettate altro tempo!!!!
venerdì 25 marzo 2011
Il caso Parmalat e le falle del Capitalismo Italiano
Dopo il crack del 2003 Parmalat è divenuta una vera Public Company, cioè una società a capitale diffuso senza patti di sindacato per il controllo della società, con circa 4 Miliardi di fatturato e circa 1,5 miliardi di liquidità.
In uno scenario del genere chiunque con un po' di sale in zucca, nonostante gli obblighi statutari di risarcire i risparmiatori vittime del crack con il 50% degli utili, ci avrebbe fatto un pensierino. Il dossier da tempo girava per i tavoli dell'alta finanza europea tant'è che vari fondi detenevano quote della società.
I francesi di Lactalis hanno fiutato l'affare rastrellando il 14% sui mercati ed acquistando le quote dei fondi d'investimento per un valore inferiore alla sola liquidità di Parmalat.
Fin qui cronaca.
Ora iniziano le polemiche:
Polemica numero 1: è possibile che una società redditiva ed in salute sia stata ignorata dai capitalisti italiani nonostante tutte le maggiori banche d'affari (Societè Generale in primis) avevano ben chiara la situazione da tempo? I nostri capitani d'impresa erano troppo impegnati in aspre "guerre di bande" per affari ben meno redditivi come RCS (Rizzoli-Corriere della Sera)? E le Banche italiane, in prima fila nel condurre "operazioni di sistema" se lo richiede qualche politico, che ruolo hanno giocato? Anche se non si fosse interessati a Parmalat da un punto di vista industriale, i dati finanziari sono positivi per considerare Parmalat un buon investimento finanziario.
Polemica numero 2: l'Italia è l'ultimo paese europeo per investimenti esteri sul territorio per vari motivi (bassa competitività), ma una volta che ci sia qualcuno disposto ad acquistare ne succedono di tutti i colori. D'accordo, Lactalis non è uno qualunque, anzi la sua nazionalità ci riporta alla mente le manovre relative all'affaire Enel-Suez ed alle miridiade di partecipazioni di società francesi nelle società italiane (Mediobanca, Edison, Bulgari e ci hanno provato con Alitalia ed il Gruppo Ligresti). Sarà proprio il comportamento dei francesi a suscitare le razioni economico/politiche di questi giorni?
Polemica numero 3: Perchè in Italia ci ricordiamo che esistono dei "settori strategici con implicazioni di sistema" soltanto quando cercano di comprarci le aziende che operano in questi settori? Ma non è il caso che in Italia si inizia a fare una seria politica industriale e magari proprio come fanno i francesi si identificano una decina di settori "strategici" per il paese? Forse dopo Bulgari non ci si può permettere di perdere un pezzo di un'industria simbolo dell'italianità nel mondo?
Certo che se tutti non ci diamo una svegliata il futuro non è certamente roseo...
sabato 19 marzo 2011
Il futuro è Open
Come si evince dalla ricerca di Nielsen (foto a lato) il tasso di crescita di Android è nettamente superiore a quelli dell'iPhone e del Blackberry che accusano una lieve flessione della loro quota di mercato.
Questo è sicuramente dovuto ai continui miglioramenti della piattaforma Android ed alla maggiore diffusione di smartphone con il sistema operativo di Google.
Ma a mio parere c'è anche un fattore che spesso ha determinato l'affermazione di uno standard nel mercato: le esternalità di rete.
Le esternalità di un prodotto sono molto importanti ma lo sono ancora di più se su questo prodotto si sviluppano nuovi settori e mercati come il mondo della applicazioni mobile (mercato stimato attorno i 12 miliardi di $ entro il 2012).
Sicuramente l'utilizzo di standard aperti orientati al paradigma Open Source consente di aumentare le probabilità di innescare il Bandwagon Effect, determinante per l'affermarsi dello standard.
Da un lato abbiamo piattaforme proprietarie come quella di Apple (iPhone) e RIM (Blackberry) che presentano degli ambienti abbastanza chiusi, strettamente controllati e talvolta ingiustificatamente burocratici (basti pensare alla poco trasparente certificazione di Apple che ha certificato anche applicazioni di mobile phishing); dall'altro lato troviamo il mondo open di Android che si integra naturalmente con tutto il mondo dei servizi di Big G e la possibilità di sfruttare al meglio la dotazione hardware dello smartphone.
I dati della ricerca Nielsen sembrano confermare quanto riportato nella letteratura accademica: gli standard Open vincono sempre!
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martedì 1 marzo 2011
Il dilemma dell'innovazione
Ripropongo un interessante pezzo preso da "Lo Spazio della Politica":
Questa puntata di Next Round non è dedicata né ad una startup né ad una istituzione ma ad un concetto: il cosiddetto “innovator’s dilemma”. Si tratta di una teoria che spiega molti dei fenomeni in atto nel sistema dell’innovazione competitiva delle imprese, un punto di vista sistematizzato in modo efficace in un famoso libro di Clayton Christensen, docente alla Harvard Business School.
Perché Google, considerata tra le aziende più innovative al mondo, con al suo interno migliaia di ingegneri competenti e creativi, che raccoglie alcune delle menti migliori al mondo in molti settori – dalla teoria delle reti all’intelligenza artificiale –ha la necessità di “mangiare” costantemente startup ? Parliamo di un processo molto rilevante, 25 acquisizioni dal settembre 2009 al settembre 2010, spesso formate da poche persone giovani, a colpi di 50-100 milioni di dollari l’una. L’azienda, che oggi ha una posizione dominante nel settore della search, per poter mantenere una dinamica di successo deve oggi cogliere nuove sfide radicali, come quelle legate alla combinazione della rivoluzione mobile e del cloudcomputing. Questo processo ha un significato se lo leggiamo come dinamica di risposta ad un problema più ampio.
Il dilemma dell’innovatore riguarda l’incapacità delle grandi organizzazioni di cogliere innovazioni di tipo “disruptive” e non meramente incrementali. Il tipo di avanzamenti che non riguardano solo un aumento di performance o di efficienza del prodotto (rendere più veloce un software, aumentare la durata della batteria di un cellulare, ridurne il costo a parità di caratteristiche, etc.)ma che cambiano le regole del gioco. Si tratta di un problema strutturale legato alla crescita delle imprese e alla configurazione di incentivi interni, una dinamica riscontrabile in molti settori ed in diverse epoche storiche. Ci sono tuttavia eccezioni rilevanti, contesti in grado di spezzare questa dinamica e ad inventare nuovi mercati o reinventare quelli esistenti: si pensi al caso della Apple con l’iPod, l’iPhone e l’iPad.
Il caso dell’azienda di Steve Jobs non è scontato: nella maggior parte delle grandi organizzazioni il dilemma dell’innovatore prende il sopravvento. Il successo, la crescita e la redditività dei prodotti esistenti porta strutturalmente all’incapacità di innovare in modo radicale. Questo accade non perché le persone alla guida delle grandi aziende siano incapaci di ragionare strategicamente, ma perché la loro stessa impalcatura organizzativa cannibalizza e disincentiva le innovazioni dirompenti: queste spesso vanno contro i gusti espressi dai consumatori negli studi di mercato, possono generare bassi margini nelle fasi iniziali o, peggio ancora, vanno a sovrapporsi a prodotti che l’azienda già vende con successo. Il ciclo di vita delle organizzazioni, come mostrano autori come Christensen, porta fisiologicamente a questo processo.
Il superamento del dilemma dell’innovatore è oggi legato a varie ipotesi: sistemi di open innovation, acquisizioni, politiche strutturate per l’ingresso in nuovi mercati. Non c’è una soluzione predefinita, ma una cosa è certa: oggi le grandi organizzazioni hanno bisogno di sistemi per riprodurre all’interno lo spirito imprenditoriale e l’ingenuità creativa tipica delle starup, mettendo in piedi processi aziendali che favoriscano l’ideazione e la commercializzazione di innovazioni radicali.
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giovedì 17 febbraio 2011
Confindustria Ascoli Piceno - Start up d'Impresa
martedì 4 gennaio 2011
Tasse e competitività nel turismo
Da poco è stata approvato a Roma il regolamento che disciplina la nuova Tassa di Soggiorno.
Provvedimento che fa molto discutere: c'è chi lo vorrebbe applicare ovunque ottenendo così risorse finanziarie aggiuntive (si parla di circa 80 milioni per la città di Roma) e chi invece lo ritiene un'inutile adempimento.
Sicuramente per i comuni può essere un'opportunità visti i recenti tagli ai bilanci ma in che modo questo provvedimento impatta sul turismo?
L'analisi è da condurre in base alla value proposition della località.
Le località in competizione con le mete low cost mondiali, se adottassero questo provvedimento, vedrebbero la loro competitività fortemente minacciata da un'aggravio che peserebbe sul turista. Tuttavia le località d'arte (che operano praticamente in monopolio) o le località di prestigio potrebbero avere ulteriori risorse finanziarie per effettuare nuovi investimenti per migliorare l'offerta turistica.
Provvedimento da utilizzare cum grano salis.
mercoledì 22 dicembre 2010
L'Italia non è il paese delle liberalizzazioni
Nel prossimo anno assisteremo alla liberalizzazione di fatto del trasporto ferroviario dei passeggeri.
Molte sono le perplessità riguardo questo provvedimento, la maggiore riguarda l'apertura alla concorrenza delle tratte più redditizie. Queste tratte sono attualmente utilizzate dall'incumbent per la sussidiazione incrociata di tratte in perenne perdita ma che devono essere garantite per il mantenimento del servizio universale. I newcomer non sono tenuti ad assolvere l'onere del servizio universale.
Tuttavia l'Incumbent ha il vantaggio di poter gestire indirettamente la Rete decidendo le politiche di pricing per l'accesso alla rete.
Questa liberalizzazione sembra fatta proprio con i piedi!
Per prima cosa non si è preso il classico provvedimento della scissione proprietaria della rete da quella di chi eroga il servizio (cosa che è accaduta nel mercato dell'energia elettrica con buoni risultati, sembrava brutto copiare qualcosa che funzionasse già). In questo modo il pricing per l'accesso alla rete ed agli slot sarebbe stabilito da un'authority o dagli equilibri di mercato (banalmente attraverso un'asta a rialzo degli operatori evitando la formazione di accordi collusivi).
Rimane però la problematica correlata al servizio universale.
Esistono varie soluzioni al problema comunque migliori rispetto a quella attuata. Ad esempio si può pensare di affidare il servizio tramite gara (come avviene già in alcune regioni) in cui il driver principale di valutazione dovrebbe essere il livello di servizio e successivamente il prezzo, ad esempio in Germania circa il 20% del trasporto ferroviario passeggeri è stato messo a gara e l'incumbent ha perso oltre la metà dei bandi.
Rimane da capire perchè non siano state approfondite queste tematiche.
sabato 27 novembre 2010
The best way to kill internet
I geniacci dell'AGCOM hanno pensato di "regolamentare" i siti internet in concorrenza con la radiodiffusione televisiva (per maggiori info clicca qui).
Ma cosa significa?
Nuove tasse, nuovi adempimenti e più burocrazia.
Direi esattamente ciò di cui nessuno ha bisogno in questo tempo periodo di bassa liquidità e bassa produttività. Erodere i margini e rubare tempo alle attività produttive sono la cosa che riesce meglio ai legislatori italiani. Peccato che il tutto sia una grossa inefficienza del sistema Paese Italia.
Con questi provvedimenti come possiamo lamentarci che il Digital Divide sia troppo elevato?
Come possiamo pretendere investimenti sulla Fibra Ottica se poi gravano come macigni questi provvedimenti che minano la competitività e la sostenibilità della attività imprenditoriali che dovrebbero garantire il ritorno da questi investimenti?
Già la radiodiffusione televisiva è stata graziata in passato con il Digitale Terrestre (per saperne di più leggi questo mio vecchio post) ora con questi provvedimenti si vuole decisamente ostacolare ed osteggiare le nuove iniziative sul web.
giovedì 11 novembre 2010
Comunicato Stampa Programma Ego - Vincitori
Con grandissima soddisfazione ieri sera (Mercoledì 10 Novembre 2010) ho ricevuto il premio del "Programma Ego" della Fondazione Lars Magnus Ericsson.
Un sincero ringraziamento ai compagni di questa avventura: Massimiliano Miglio, Andrea Bichiri, Simone Pasculli e tutte le persone che mi sono state vicine in questo periodo.
Di Seguito riporto un estratto del comunicato stampa:
"Nel corso della serata saranno anche premiate le 3 nuove start-up vincitrici del Programma Ego 2010-2012, giunto alla quarta edizione. Con il progetto “Cicerone Travel Assistant”, la start-up CST Advising di Alessandro Palestini, Massimiliano Miglio, Andrea Bichiri e Simone Pasculli si propone di offrire un servizio integrato all’utente in mobilità, per soddisfare la necessità di informazioni turistiche durante un viaggio di lavoro o una vacanza di piacere. L’elemento di innovatività è rappresentato dall’utilizzo di un motore semantico che attraverso tecniche di intelligenza artificiale abilita ricerche concettuali più evolute rispetto al normale impiego di parole chiave nei motori di ricerca tradizionali."
mercoledì 27 ottobre 2010
L' "auto"-assoluzione Italiana
Dopo l'intervento di Marchionne di Domenica scorsa ho seguito le principali reazioni nel panorama italiano. La reazione degli Italiani, e specialmente dei politici italiani, alle dichiarazioni di Marchionne mi hanno lasciato alquanto perplesso.Una complessiva auto assoluzione da ogni parte politica alle accuse avanzate dall'Amministratore Delegato di FIAT del tutto infondata ed a tratti puerile ed acritico (simbolo anche della bassa qualità dei politici Italiani). Tutti fermi sulle proprie posizioni, proprio quelle posizioni che hanno fatto sentire maggiormente la crisi, ovviamente la crisi l'hanno sentita solo i giovani perchè chi ha il potere ha innalzato le giuste difese ribaltando tutto l'uragano sui giovani. Ma questa è un'altra storia.
Nessun politico ha cercati di comprendere la critica del Manager FIAT, chiedendosi perchè l'Italia sprofonda anno dopo anno in ogni classifica internazionale. Sprofondiamo non solo nelle classifiche citate da Marchionne (118° posto su 139 nella classifica dell'efficienza del lavoro, 48° posto nella competitività economica) ma anche nelle classifiche dell'istruzione (Test PISA dell'OCSE), nelle classifiche sull'efficienza della Giustizia e così via....
Nessun politico propone rimedi per questi dati preoccupanti ma si ostentano a difendere una posizione indifendibile non capendo neanche quale sia esattamente il nocciolo del problema.
In un periodo di crisi come quello attuale non abbiamo assistito a nessun tipo di riforma radicale in grado di far sperare in un qualche tipo di ripresa, abbiamo assistito soltanto all'immobilità di una classe politica impreparata ad affrontare dei problemi strutturali ben noti del "Sistema Italia".
Questo spiega molte cose...
di seguito i video dell'intervista a Sergio Marchionne:
giovedì 30 settembre 2010
l'inutile ribellione
Condivido questo eccellente articolo che approvo in pieno preso da Il Post redatto il 23 settembre da Marco Simoni:
" La solfa della ribellione è una stronzata
Il titolo è insolito ma necessario, per sottolineare e spiegare meglio quanto ho scritto in maniera troppo criptica e indiretta nel pezzo di un paio di giorni fa. In realtà, nonostante la sintesi, alcuni commenti di critica al mio pezzo hanno colto bene quel che intendevo dire e mi preme ribadirlo in maniera più diffusa.
Uno dei primi passi concettuali da fare, secondo me, per arrivare a un rapporto diverso della società e del suo discorso pubblico con le generazioni dei giovani adulti italiani è quello di liberarsi della solfa della ribellione. Si tratta di una stronzata, come da titolo, che ha l’unica pessima funzione di contribuire a di tenere i giovani adulti italiani in uno stato di perenne giogo e subalternità intellettuale rispetto agli adulti anziani e vecchi che ancora muovono i fili delle decisioni in Italia.
Infatti, questa retorica della ribellione è un prodotto della subcultura degli anni settanta, ossia dei luoghi comuni più triti e conformisti, secondo cui una immaginaria generazione a cavallo dei sessanta e settanta avrebbe conquistato grandi diritti che successivamente sono stati mano mano tolti alle generazioni successive, imbelli e anche un po’ imbecilli. Da un punto di vista giuridico, questa è una fesseria. Il cosiddetto statuto dei lavoratori, che contiene la serie fondamentale di diritti del lavoro negata alle generazioni giovani, è largamente un parto della cultura politica socialista, del PSI, ed è il portato di rivendicazioni e lotte sindacali decennali che negli anni sessanta, grazie ad un mutato contesto politico e sociale, al boom industriale e, soprattutto, all’esistenza della democrazia rappresentativa, hanno avuto la possibilità di essere tradotti in legge.
Non discuto qui le conquiste degli anni Sessanta e Settanta sul piano dei costumi – ammesso che abbia senso chiamarle conquiste – derivate dalla ribellione della generazione degli attuali anziani. Sarebbe anche interessante capire cosa ci fosse di così eroico nell’usare la liberta individuale, garantita dalla democrazia, per fare cose che in tempi diversi, e senza democrazia, i loro genitori non avevano potuto fare. Ma appunto, non ne discuto perché è un tema diverso.
Qui si sta discutendo invece di quell’artificio retorico, spesso usato dagli anziani ma a volte anche dai giovani adulti, come alcuni commentatori del mio post di ieri, secondo cui in fondo in fondo la responsabilità della situazione di giogo ed oppressione, economica e sociale, a cui sono sottoposte le generazioni giovani in Italia è degli stessi giovani e della loro incapacità di ribellarsi. Tralasciamo la questione della sindrome di Stoccolma, o dell’inversione dell’onere della prova. Quando mai la responsabilità, la colpa, di soprusi, umiliazioni o, più semplicemente, ingiustizie, è di chi le subisce? Quale colpevole spregio della logica e della realtà è necessario compiere per affermare queste cose? Oppure quale transfer psicologico e profonda sudditanza nei confronti della generazione precedente, quella che invece sì, si sarebbe ribellata. Ma quando si è ribellata? A chi si è ribellata, ottenendo cosa? Questo non viene mai discusso, confondendo la lotta di classe – che è esistita e tramontata per ragioni che non hanno nulla a che vedere con le generazioni – con le diversi classi di età. E non si riflette neanche sul fatto che se esistono le ingiustizie e le oppressioni, la ragione tecnica – stiamo quindi entrando nel campo delle tautologie – è che c’è qualcuno che opprime, c’è qualcuno che perpetra l’ingiustizia. Per opprimere bisogna avere potere, essere più forti, avere capacità di ricatto: senza quella forza nessuno può opprimere. Molto spesso, innanzitutto, se non ci si ribella è perché non ci si può ribellare, perché non si è nelle condizioni di fare altro.
Una delle ragioni fondamentali del fatto che in Italia i giovani stanno male, per essere sintetici, poi certo ci sono le eccezioni, ed hanno una prospettiva meno rosea di quella dei propri genitori all’età loro, è che l’economia italiana non cresce. Non cresce, e quindi ci sono meno posti di lavoro. Ci sono meno posti di lavoro e quindi per ogni posto ci sono cinquanta candidati e il salario, e le condizioni di lavoro di quello che effettivamente prende il posto sono peggiori. Il lavoro gratis all’università e negli studi professionali, il praticantato sfruttato, non sono una novità. La novità è la loro estensione e il fatto che non finiscono mai. E la ragione principale di questo è che l’economia è ferma da venti anni. E una delle ragioni principi di questa stagnazione è il debito pubblico enorme, galattico, esagerato, che l’Italia ha accumulato negli anni ‘80, per cui non c’è una lira per fare nulla: non c’è una lira per la metropolitana in più che serve, non c’è una lira per la ricerca, non c’è una lira per un nuovo piano di investimenti nella green economy, non c’è una lira. Poi, non è esattamente così, nel senso che una politica economica migliore potrebbe anche essere fatta. Ma non attraverso la creatività che finora ha dimostrato la classe politica. Ma anche questo è un altro discorso e un altro dibattito.
Ad ogni modo, il debito pubblico sta là e l’Italia all’inizio degli anni ’90 stava collassando, e i decisori politici, sindacali, industriali, hanno deciso di scaricare il costo del collasso evitato sui giovani. Come? Chiedendo loro di tirare la cinghia. Non dando loro alcun servizio di assistenza (indennità di disoccupazione e asili nido), tagliando le loro pensioni, flessibilizzando il loro lavoro. Naturalmente, questo non bastava a risollevare l’economia, ma basta a galleggiare e si galleggia da vent’anni.
Ora, quando mi riferivo alla generazione della responsabilità e dei sacrifici, mi riferisco all’atteggiamento medio che io, senza statistiche ma con strumenti di stima spannometrica e aneddotica, posso testimoniare, e credo vada apprezzato e sottolineato. Parlo della maturità con cui le generazioni degli anni Settanta e Ottanta, prive delle ideologie irresponsabili e immature dei loro genitori, hanno affrontato la situazione che si sono trovati a vivere. Maturità, serietà e spirito di sacrificio che non c’entrano nulla col fatto che non si tratta di una situazione scelta ma di una situazione imposta. Pur nella enorme diversità, anche la generazione dei loro nonni si trovò – durante e immediatamente dopo la guerra – in situazione di grandi difficoltà, individuali e collettive, affrontate con la stessa tenacia e serietà, con pochi fronzoli e grilli per la testa, e il risultato di far diventare l’Italia un paese ricco. Anche loro non si scelsero quei sacrifici, non per questo rimangono sacrifici di minor valore, al contrario. Vogliamo paragonare i risultati delle generazioni nate negli anni ‘10-‘30 a quelle nate negli anni ‘30-‘50? No, ecco, è meglio non fare paragoni tra le generazioni.
Infatti, quello che sostengo non ha alcun bisogno di paragoni, ma solo di un po’ di onestà intellettuale. È necessario riconoscere e valorizzare la maturità, la serietà e il valore sociale del lavoro svolto oggi dalle generazioni dei giovani adulti, caratterizzato da grandi sacrifici che hanno contribuito ad evitare il collasso del paese. Un lavoro svolto in condizioni personali e sociali molto difficili. Qualora si sottostimasse invece il lavoro svolto, si ignorasse l’importanza e il valore di quei sacrifici, sarebbe allora il tempo della reazione.
La protesta dei ricercatori di Bologna, caso raro in cui un gruppo di persone relativamente giovane è riuscito a sottrarsi ai tanti ricatti individuali ed è riuscito ad organizzare una azione collettiva, proprio per questo è emblematico: perché è una protesta che ha al centro l’orgoglio per la funzione indispensabile da essi svolta per la propria istituzione, funzione che non può essere ignorata, o trattata con alzate di spalle come hanno fatto le autorità accademiche, umiliando una volta in più l’istituzione che dovrebbero tutelare.
Dunque, per portare alle giuste conseguenze, tra le quali può essere la protesta, ma c’è anche il voto, la partecipazione politica, l’espressione pubblica delle proprie idee, eccetera, il proprio orgoglio per il contributo che si da al proprio paese, e alla sua economia e società, bisogna innanzitutto avercelo, l’orgoglio. Avere la consapevolezza che se già l’Italia annaspa, senza i sacrifici dei suoi uomini e donne più giovani lo stivale sarebbe affondato nel Mediterraneo da un pezzo, lasciato nelle mani degli attuali leader diffusi. L’orgoglio deriva allora da questa consapevolezza, e le fuffe sulla ribellione che, a differenza del passato, mancherebbe, vanno gettate nel luogo che meritano da cui il titolo di questo post."
Il titolo è insolito ma necessario, per sottolineare e spiegare meglio quanto ho scritto in maniera troppo criptica e indiretta nel pezzo di un paio di giorni fa. In realtà, nonostante la sintesi, alcuni commenti di critica al mio pezzo hanno colto bene quel che intendevo dire e mi preme ribadirlo in maniera più diffusa.
Uno dei primi passi concettuali da fare, secondo me, per arrivare a un rapporto diverso della società e del suo discorso pubblico con le generazioni dei giovani adulti italiani è quello di liberarsi della solfa della ribellione. Si tratta di una stronzata, come da titolo, che ha l’unica pessima funzione di contribuire a di tenere i giovani adulti italiani in uno stato di perenne giogo e subalternità intellettuale rispetto agli adulti anziani e vecchi che ancora muovono i fili delle decisioni in Italia.
Infatti, questa retorica della ribellione è un prodotto della subcultura degli anni settanta, ossia dei luoghi comuni più triti e conformisti, secondo cui una immaginaria generazione a cavallo dei sessanta e settanta avrebbe conquistato grandi diritti che successivamente sono stati mano mano tolti alle generazioni successive, imbelli e anche un po’ imbecilli. Da un punto di vista giuridico, questa è una fesseria. Il cosiddetto statuto dei lavoratori, che contiene la serie fondamentale di diritti del lavoro negata alle generazioni giovani, è largamente un parto della cultura politica socialista, del PSI, ed è il portato di rivendicazioni e lotte sindacali decennali che negli anni sessanta, grazie ad un mutato contesto politico e sociale, al boom industriale e, soprattutto, all’esistenza della democrazia rappresentativa, hanno avuto la possibilità di essere tradotti in legge.
Non discuto qui le conquiste degli anni Sessanta e Settanta sul piano dei costumi – ammesso che abbia senso chiamarle conquiste – derivate dalla ribellione della generazione degli attuali anziani. Sarebbe anche interessante capire cosa ci fosse di così eroico nell’usare la liberta individuale, garantita dalla democrazia, per fare cose che in tempi diversi, e senza democrazia, i loro genitori non avevano potuto fare. Ma appunto, non ne discuto perché è un tema diverso.
Qui si sta discutendo invece di quell’artificio retorico, spesso usato dagli anziani ma a volte anche dai giovani adulti, come alcuni commentatori del mio post di ieri, secondo cui in fondo in fondo la responsabilità della situazione di giogo ed oppressione, economica e sociale, a cui sono sottoposte le generazioni giovani in Italia è degli stessi giovani e della loro incapacità di ribellarsi. Tralasciamo la questione della sindrome di Stoccolma, o dell’inversione dell’onere della prova. Quando mai la responsabilità, la colpa, di soprusi, umiliazioni o, più semplicemente, ingiustizie, è di chi le subisce? Quale colpevole spregio della logica e della realtà è necessario compiere per affermare queste cose? Oppure quale transfer psicologico e profonda sudditanza nei confronti della generazione precedente, quella che invece sì, si sarebbe ribellata. Ma quando si è ribellata? A chi si è ribellata, ottenendo cosa? Questo non viene mai discusso, confondendo la lotta di classe – che è esistita e tramontata per ragioni che non hanno nulla a che vedere con le generazioni – con le diversi classi di età. E non si riflette neanche sul fatto che se esistono le ingiustizie e le oppressioni, la ragione tecnica – stiamo quindi entrando nel campo delle tautologie – è che c’è qualcuno che opprime, c’è qualcuno che perpetra l’ingiustizia. Per opprimere bisogna avere potere, essere più forti, avere capacità di ricatto: senza quella forza nessuno può opprimere. Molto spesso, innanzitutto, se non ci si ribella è perché non ci si può ribellare, perché non si è nelle condizioni di fare altro.
Una delle ragioni fondamentali del fatto che in Italia i giovani stanno male, per essere sintetici, poi certo ci sono le eccezioni, ed hanno una prospettiva meno rosea di quella dei propri genitori all’età loro, è che l’economia italiana non cresce. Non cresce, e quindi ci sono meno posti di lavoro. Ci sono meno posti di lavoro e quindi per ogni posto ci sono cinquanta candidati e il salario, e le condizioni di lavoro di quello che effettivamente prende il posto sono peggiori. Il lavoro gratis all’università e negli studi professionali, il praticantato sfruttato, non sono una novità. La novità è la loro estensione e il fatto che non finiscono mai. E la ragione principale di questo è che l’economia è ferma da venti anni. E una delle ragioni principi di questa stagnazione è il debito pubblico enorme, galattico, esagerato, che l’Italia ha accumulato negli anni ‘80, per cui non c’è una lira per fare nulla: non c’è una lira per la metropolitana in più che serve, non c’è una lira per la ricerca, non c’è una lira per un nuovo piano di investimenti nella green economy, non c’è una lira. Poi, non è esattamente così, nel senso che una politica economica migliore potrebbe anche essere fatta. Ma non attraverso la creatività che finora ha dimostrato la classe politica. Ma anche questo è un altro discorso e un altro dibattito.
Ad ogni modo, il debito pubblico sta là e l’Italia all’inizio degli anni ’90 stava collassando, e i decisori politici, sindacali, industriali, hanno deciso di scaricare il costo del collasso evitato sui giovani. Come? Chiedendo loro di tirare la cinghia. Non dando loro alcun servizio di assistenza (indennità di disoccupazione e asili nido), tagliando le loro pensioni, flessibilizzando il loro lavoro. Naturalmente, questo non bastava a risollevare l’economia, ma basta a galleggiare e si galleggia da vent’anni.
Ora, quando mi riferivo alla generazione della responsabilità e dei sacrifici, mi riferisco all’atteggiamento medio che io, senza statistiche ma con strumenti di stima spannometrica e aneddotica, posso testimoniare, e credo vada apprezzato e sottolineato. Parlo della maturità con cui le generazioni degli anni Settanta e Ottanta, prive delle ideologie irresponsabili e immature dei loro genitori, hanno affrontato la situazione che si sono trovati a vivere. Maturità, serietà e spirito di sacrificio che non c’entrano nulla col fatto che non si tratta di una situazione scelta ma di una situazione imposta. Pur nella enorme diversità, anche la generazione dei loro nonni si trovò – durante e immediatamente dopo la guerra – in situazione di grandi difficoltà, individuali e collettive, affrontate con la stessa tenacia e serietà, con pochi fronzoli e grilli per la testa, e il risultato di far diventare l’Italia un paese ricco. Anche loro non si scelsero quei sacrifici, non per questo rimangono sacrifici di minor valore, al contrario. Vogliamo paragonare i risultati delle generazioni nate negli anni ‘10-‘30 a quelle nate negli anni ‘30-‘50? No, ecco, è meglio non fare paragoni tra le generazioni.
Infatti, quello che sostengo non ha alcun bisogno di paragoni, ma solo di un po’ di onestà intellettuale. È necessario riconoscere e valorizzare la maturità, la serietà e il valore sociale del lavoro svolto oggi dalle generazioni dei giovani adulti, caratterizzato da grandi sacrifici che hanno contribuito ad evitare il collasso del paese. Un lavoro svolto in condizioni personali e sociali molto difficili. Qualora si sottostimasse invece il lavoro svolto, si ignorasse l’importanza e il valore di quei sacrifici, sarebbe allora il tempo della reazione.
La protesta dei ricercatori di Bologna, caso raro in cui un gruppo di persone relativamente giovane è riuscito a sottrarsi ai tanti ricatti individuali ed è riuscito ad organizzare una azione collettiva, proprio per questo è emblematico: perché è una protesta che ha al centro l’orgoglio per la funzione indispensabile da essi svolta per la propria istituzione, funzione che non può essere ignorata, o trattata con alzate di spalle come hanno fatto le autorità accademiche, umiliando una volta in più l’istituzione che dovrebbero tutelare.
Dunque, per portare alle giuste conseguenze, tra le quali può essere la protesta, ma c’è anche il voto, la partecipazione politica, l’espressione pubblica delle proprie idee, eccetera, il proprio orgoglio per il contributo che si da al proprio paese, e alla sua economia e società, bisogna innanzitutto avercelo, l’orgoglio. Avere la consapevolezza che se già l’Italia annaspa, senza i sacrifici dei suoi uomini e donne più giovani lo stivale sarebbe affondato nel Mediterraneo da un pezzo, lasciato nelle mani degli attuali leader diffusi. L’orgoglio deriva allora da questa consapevolezza, e le fuffe sulla ribellione che, a differenza del passato, mancherebbe, vanno gettate nel luogo che meritano da cui il titolo di questo post."
sabato 25 settembre 2010
Lo spazio delle Start-up in Italia
Nelle settimane scorse, dopo la lettere aperta dei fondatori di Mashape, si è scatenato un interessante dibattito sulle possibilità di fondare Start-up in Italia.
Nello stesso periodo sono stati pubblicati i risultati del'EU Regional Competitiveness Index che mostra gli indici di competitività di ogni regione dell'UE ed i risultati del sistema Italia non sono stati del tutto brillanti.
Questo potrebbe far credere che i ragazzi di Mashape abbiano ragione ma invece ho avuto modo di vedere che qualcosa si sta muovendo.
L'attuale congiuntura economica ha fatto riscoprire l'importanza delle Start-up, del loro ruolo nel veicolare nell'innovazione nel mercato, nel creare posti di lavoro qualificati e nello sviluppo di nuovi prodotti/servizi.
Per esperienza personale ho assistito a molte iniziative per stimolare lo Start-up di nuove iniziative imprenditoriali.
Da convegni, corsi e dibattiti fino a Start-up competition che mettono in palio un discreto quantitativo di finanziamenti per coltivare la fase di seed dello Start-up.
Certo il missmatch tra domanda ed offerta è molto alto ma con una buona idea, le giuste competenze ed un business plan accurato si può accedere ai premi in palio.
Spesso però anche allo stesso Working Capital di Telecom si vedono idee poco innovative, dalla dubbia fattibilità ed a volte perfino off-topic.
Se si continua su questa strada forse anche in Italia si vedranno start-up di successo!!!!!
Nello stesso periodo sono stati pubblicati i risultati del'EU Regional Competitiveness Index che mostra gli indici di competitività di ogni regione dell'UE ed i risultati del sistema Italia non sono stati del tutto brillanti.
Questo potrebbe far credere che i ragazzi di Mashape abbiano ragione ma invece ho avuto modo di vedere che qualcosa si sta muovendo.
L'attuale congiuntura economica ha fatto riscoprire l'importanza delle Start-up, del loro ruolo nel veicolare nell'innovazione nel mercato, nel creare posti di lavoro qualificati e nello sviluppo di nuovi prodotti/servizi.
Per esperienza personale ho assistito a molte iniziative per stimolare lo Start-up di nuove iniziative imprenditoriali.
Da convegni, corsi e dibattiti fino a Start-up competition che mettono in palio un discreto quantitativo di finanziamenti per coltivare la fase di seed dello Start-up.
Certo il missmatch tra domanda ed offerta è molto alto ma con una buona idea, le giuste competenze ed un business plan accurato si può accedere ai premi in palio.
Spesso però anche allo stesso Working Capital di Telecom si vedono idee poco innovative, dalla dubbia fattibilità ed a volte perfino off-topic.
Se si continua su questa strada forse anche in Italia si vedranno start-up di successo!!!!!
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martedì 14 settembre 2010
How to do an effective elevator pitch
Presentazione su come strutturare un Elevator Pitch:
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giovedì 9 settembre 2010
Lettera aperta all’Italia, investitori e startup
“Dove credete di andare, avete solo 19 anni e siete in Italia.”
Vorrei prima di tutto ringraziare Davide per opportunità datami nel cercare di spiegare certi meccanismi di questo paese chiamato Italia.
Ciao a tutti, sono Augusto, co-founder di Mashape, una startup in Silicon Valley che vuole rivoluzionare il modo di creare applicazioni web e mobile. Ma facciamo un passo indietro a quando eravamo dei bambini inconsapevoli che volevano giocare a fare i grandi “siamo ancora dei bambini, e giochiamo e ci divertiamo come loro, solo che adesso abbiamo un po di barba
“.
A 18 anni fondai MemboxX, il primo sito italiano di online storage di documenti e password. Andò bene, raggiunse un buona massa critica, ma non sapevo niente di business, Venture Capital, né di finanziamenti… niente di niente. Non sono mai riuscito a monetizzarlo. In quei mesi comprai un libro: “Google e gli altri” che narrava nel dettaglio la storia di Google e della Silicon Valley. Mi si accese una lampadina e da quel giorno ho detto: “Lì voglio andare, lì potrei forse creare grande valore”. Era il 2007 ora siamo nel 2010 e sono finalmente sbarcato a San Francisco grazie a Mashape; cofondata con Marco Palladino e Michele Zonca, qui abbiamo preso il nostro investimento dai YouTube guys. Questo processo non e’ stato facile, altri avrebbero mollato molto prima.
Avete presente quando siete in una stanzetta piena di persone, e l’aria si inizia a fare pesante… ma alla fine si apre la porta e entra una ventata di aria fresca e riniziate a respirare a pieni polmoni come se quello fosse stato il vostro primo respiro? Be, questo è quello che è successo a noi, nelle ricerca disperata di finanziamenti in Italia durata per 2 anni; e poi l’America, investimento, quella porta che si apre… ricominci a vivere e credere che forse non eri del tutto un idiota pazzo.
Tu sei il mio paese, Italia; ci sono nato e cresciuto, qui ho i miei ricordi più importanti, qui mi sono formato, è come il primo amore che non si dimentica mai. Ma come tutte le più belle storie di amore prima o poi finiscono. In questi due ultimi anni insieme ho capito molto di te, ho capito molto più di te in questi ultimi due anni che prima.
Nel 2008 abbiamo iniziato a cercare i finanziamenti per Mashape, eravamo solo io e Marco all’epoca, poi nel 2009 si è aggiunto Michele e via su e giù per lo stivale… per 2 anni. Ora 2 anni per uno che ne aveva 19 sono piu del 10% della sua vita spesa a rincorrere ideologie che in questo paese non esistono.
Vedi Italia se vuoi diventare un pease leader devi prima risolvere dei problemi alla base, e dove anche ci fosse la volontà, ricordati che ci vogliono decenni non mesi. A Roma in una famosa piazza c’è scritto in gigante: “…un popolo di combattenti, navigatori, esploratori, poeti, avventurieri, scrittori, viaggiatori, ed eroi”. Questa frase mi fa sentire orgoglioso, perché è vero, lo eravamo… ma se penso ad adesso e a tutti quelli investitori&vari che ho incontrato in questi due anni, (circa 50 persone) vi posso dire con rammarico che quel popolo non esiste più.
Ogni volta che andavamo a chiedere i finanziamenti, la risposta era sempre la stessa: avete solo 19 anni. Il problema è che questo immenso vantaggio loro lo vedevano come un ostacolo. Mi dicevano che non eravamo in grado di far crescere una società ed è vero probabilmente non sono in grado, ma qui stiamo parlando solo di farla partire… se poi crescerà chiamerò chi è più bravo di me. Dove non arrivo, delego e do fiducia ad altri più in gamba.
Probabilmente si sono anche dimenticati gli ultimi 4000 anni di storia. Da Alessandro Magno a Mark Zuckerberg le più grandi talentuose opere sono state fatte da under 30. Mentre io a 19 anni andavo a rompere le scatole su e giù per l’Italia, Alessandro Magno comandava 200.000 soldati, conquistò l’Asia e scese giù in Egitto dove si fece incoronare faraone. Aveva appena compiuto 21 anni. Oggi non si combatte più… gli imperi di una volta oggi si chiamano multinazionali, gli eserciti sono diventati team di persone. Oggi l’Asia la conquisti con Facebook che tira su 15 milioni di asiatici (signup) al mese. Oggi Alessandro si chiama Mark, e guarda caso entrambi iniziarono molto presto. Nel tardo ottocento un giovanotto, immigrato italiano, di nome Amadeo iniziò a fare il banchiere in California con un carro di frutta, quel banchiere fondò la più grande banca del mondo che oggi tutti conosciamo con il nome di Bank of America. Albert Einstein scrisse la prima bozza sulla Teoria della Relatività quando aveva solo 26 anni. I fondatori di Google ne avevano 25 quando fondarono l’azienda ma iniziarono a lavorare sull’algoritmo (Pagerank) a 23 anni e poi ancora Microsoft, Oracle, Apple… purtroppo non basterebbe lo spazio di questo blog per elencarvi tutte le immense opere fatte da under 30…
Ma secondo voi perché il genio compare in età cosi “prematura”? Sinceramente non lo so. Il genio, l’idea, il lampo non è altro che una combinazione incredibilmente perfetta di elettricità che scorre sui nostri neuroni. Ma da lì in poi ci vuole carattere e coraggio (che sono infusi nel nostro DNA) per concretizzare. La scintilla da sola non basta. Sicuramente sei molto piu coraggioso a vent’anni, il carattere anche è molto piu arrogante e l’ego è alle stelle, e guarda un pò… sono proprio le caratteristiche di un leader visionario.
Non voglio fare l’ennesima rassegna negativa sugli investitori e sui Venture Capital italiani; e sapete perché? Perché dopo tutto non è neanche colpa loro.
Cara Italia se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come lo dicono i politici in televisione, ci devi investire veramente, devi metterci la passione. Nei nostri ultimi due anni di convivenza, ho visto tanti ragazzi come me che non sono riusciti a partire perché non hanno trovato in te il supporto. Pensa quanti di quelli avrebbero potuto creare valore per te… e per ogni ragazzo che fallisce o emigra perdi un pezzo di anima. Ci sono degli investori che vorrebbero aiutarci, ma non ci riescono da soli, hanno bisogno di un ecosistema sotto che gli aiuti, hanno bisogno di un mercato a cui possono rivendere il valore aggiunto che hanno creato, hanno bisogno di leggi che allegeriscano il carico fiscale, hanno bisogno di università che insegnino anche la pratica… d’altronde stanno semplicemente credendo nei tuoi figli. La tua sorella Francia lo ha capito da anni, e sta investendo a ritmi sbalorditivi anno dopo anno… non lasciarti uccidere così. L’unico modo che hai per sopravvivere è investire in innovazione e giovani, loro sono i primi che usano nuovi prodotti e sono i primi ad accorgersi dei nuovi problemi e creare quindi nuove soluzioni. Innovare non è per niente semplice, tu sei un paese pieno di persone che inventano nuove tecnologie, ma la tecnologia da sola non serve a niente, diventa innovazione quando ha adoption, quando viene applicata sulla massa, il mondo è pieno di tecnologie potenti che non sono andate da nessuna parte.
Innovazione è qualcosa che viene dai margini di una cultura, è chaos. Non a caso San Francisco è una citta che accoglie tutti: disadattati, barboni, ricchi, hippie, arabi, pazzi, imprenditori, asiatici, messicani, italiani, designer, artisti… un miscuglio di culture in continua evoluzione, senza freni né limiti.
Purtroppo credo che molti dei tuoi problemi vengano anche dal tuo passato. Sei un paese vecchio, che ti porti dietro certe ideologie fin dal lontano medioevo. Non capisco come fai a vedere malamente il concetto di fallimento, non hai idea di quante cose impari fallendo, di quanto cresci quando fallisci. Il nostro rapporto si è interrotto, ed è stato un fallimento; eppure mi hai dato del valore, lo hai fatto ferendomi ma mi hai reso una persona migliore.
E’ giunto il momento di salutarti, spero che un giorno potremmo rincontrarci, e chissà… magari mi stupirai…
Buongiorno America, grazie di credere in noi e nella nostra vision. Certo non sei un paese facile neanche tu, ma riesci subito a capire ciò che è giusto ed è sbagliato. Sei un paese relativamente giovane, e per fortuna non hai scheletri nell’armadio vecchi di 2000 anni. Sei molto competitivo, ma se uno ha voglia di fare sai ricompensare immediatamente. Credi fortemente nei ventenni, e sai che se vuoi rimanere leader devi dare loro gli strumenti per poter creare le loro pazzie, come hai fatto con noi. Devi ancora migliorarti su qualche cosa come le leggi sull’immigrazione, ma ti do fiducia, so che ce la farai. Con te mi sento libero di esprimermi, di provare, e soprattutto mi sento felice di sbagliare. Mi dai la libertà di vivere. Spero di poter ricompensarti della fiducia che mi hai dato, credo che insieme costruiremo grande cose… cheers!
Per concludere, se posso dare un consiglio alle migliaia di ragazzi (e ne ho incontrati tantissimi) che ancora rispecchiano quella frase scritta in una piazza romana; voi siete cavalli da corsa e i cavalli da corsa non sono fatti per stare nei maneggi. Correte e andate a conquistarvi quello che volete, nitrire nelle stalle non serve a niente, sfondate i recinti e cambiate lo stato dell’arte, rincorrete la vostra libertà. Ricordate che dovrete vivere nella solitudine, faranno di tutto per fermarvi, soffrirete e sacrifirete l’affetto di chi vi ama veramente, ma quando sarete lì, che correrete come pazzi, vi sentirete per la prima volta… immensamente grandi.
Lasciate l’Italia se l’amate veramente, diventate un cavallo da corsa, vincete tutto, e poi un giorno forse, potrete tornare da grandi, molto grandi e avrete il potere per cambiarla, voi.
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martedì 31 agosto 2010
How to do an effective business plan
Una presentazione che illustra le linee guida per la redazione di un Business Plan
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